Anime belle

febbraio 26, 2009

esterne071657210710170049_bigA volte poche, a volte sottili, a volte fragili, a volte perdute, a volte silenziose e isolate, miti, temperate, ribelli e aguzze, rette oppure oblique, soffici, avvolgenti, generose, schive, misteriose e luminose. Tutte intorno, lievi come piume o incombenti come macigni. Ma amiche. Amiche sempre, amiche fedeli, amiche esigenti, amiche ingombranti, amiche dormienti.

Amiche rispettose della solitudine, amiche rispettose del silenzio e degli indugi. Amiche pazienti.

Anime belle ovunque sparse…grazie.

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Vuoto a perdere

aprile 11, 2008

Broken

Lo vedo, lo vedo, là fuori.

E’ lì e le persone passano, i respiri formano aloni, le gambe si muovono, le bocche
si aprono, gli occhi roteano, le nuvole si spostano, la pioggia evapora, le mani si incrociano, le zanzare ronzano, le unghie graffiano, le sigarette fumano,  il sole inonda.

C’è, ed è lì, tutto quanto.

Per favore, sarebbe troppo chiedere che un passante, anche infastidito, vedendomi lì in mezzo, decida di sferrare un bel calcio a questo barattolo di vetro, facendolo rotolare magari giù per una lunga e ripida scalinata, e lasciandolo schiantare al suolo per rompersi in mille pezzi?!

Io ringrazierei, in risposta alla sua smorfia autocompiacente.

Io sarei libera.

Io gli direi: “Tu sei come un bel libro, di quelli che quando devi interrompere la lettura ti viene una fitta al cuore.”

Lui direbbe: “Ma un libro, per quanto bello, prima o poi finisce.”

Io risponderei: ” No. Un bel libro ti resta dentro per sempre. E lo vorresti raccontare a tutti. E non lo presti a nessuno.”

ritmo_001.jpg Franco Battiato mi piace, da sempre. Eppure era da tantissimo tempo che non ascoltavo i suoi pezzi più vecchi. Bizzarro, perché sono alcune tra le canzoni che amo di più.

Ed ecco che, chattando con un amico, vedo che ascolta “Centro di gravità permanente”. In un istante, un’onda dal passato scuote la mia pancia, sommerge il presente e riporta a galla ricordi smarriti.

Una bimba di quattro anni o giù di lì infila la testa tra i sedili anteriori di una Ritmo rossa che scivola morbida sull’asfalto bollente di un agosto torrido dei primi anni ottanta. L’aria è gonfia di calore, ed entra sibilando dai finestrini aperti e scompiglia qualche ricciolo. L’orizzonte, letto attraverso il parabrezza puntellato di moscerini suicidi, è tremulo, e promette giorni di piedi scalzi, sabbia bianca e spruzzi salati.

La bimba ha le guance schiacciate in mezzo a quei sedili, perché è stregata dalle note gracchianti che escono da quel magico apparecchio nero. Vuole sentire meglio, e vuole cantare anche lei. Chiede, insistente, “ancora e ancora”, e aspetta trepidante il sibilo del nastro che si riavvolge infinite volte. Si gira, e guarda trionfante e soddisfatta un papà che guida fischiettando, e una manna che sorride, spossata ma felice.

Quella bimba, oggi, in questo momento, sta sorridendo, grata.

Scegliere

ottobre 15, 2007

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Non mi piace scegliere. Si dice non piaccia a nessuno; non ci credo: qualcuno ama il potere insito nella scelta.

Io non lo amo, quel potere.

In questo caso, poi, la mia posizione è d’impotenza. Perciò, niente potere.

 Tu ci sei, a modo tuo, duro come la roccia, lontano come la fine del mondo, sfuggente come il vento forte che sibilando schiocca folate di gelo.

 

Ce n’è tanto, di gelo, dalle tue parti.

 

Dici che non ci sono condizioni, dici che tu non puoi altro. Forse per ora, forse per sempre. Non puoi di più.

Non mi chiedi di accettare, non mi chiedi di abbandonare. Non chiedi, perché non sai.

Sarebbe un investimento a fondo perduto, o senza fondo, o perduto e basta.

Ma forse – qualcuno mi suggerisce – l’amore è questo.

 

Ma io lo posso, quell’amore?

Ne ho abbastanza, di amore, per amare comunque e sospendere il giudizio per un tempo indefinito?

L’amore paziente, l’amore incondizionato, l’amore senza contropartita, l’amore sconfinato. L’amore ha un aggettivo, ma io non trovo il mio.

Non so scegliere.

Amaramente grazie

settembre 24, 2007

Grazie per avere riprovato.

Anche se, anche se non.

Non devi perché non puoi, ma hai dato dignità a quello che è stato.

Grazie.

Ora, il resto della dignità è cosa mia. Cercherò di cospargermene il capo, con la speranza che sia sufficiente a fortificare senza compromessi.

Sono sdraiata a terra, con il naso all’insù e gli occhi fissi da nessuna parte. Sto pensando a come rialzarmi…non ci metterò molto. L’ho fatto infinite volte.

Senza equilibrio

settembre 21, 2007

L’ansia fa derapare.

E dopo la derapata, quando ci si rialza, si è pieni di escoriazioni.

E la pelle brucia.

Signori, si smonta

settembre 6, 2007

Il circo viene smantellato.

La donna cannone si metta a dieta, i cavalli dormano accovacciati, il trapezista volteggi su un materasso gonfio di piume d’oca, l’elefante riposi sul telo del prestigiatore, mangiafuoco ingurgiti fiumi d’acqua.

I giochi sono finiti, il pubblico si è disperso, il clown ha sfilato il nasone rosso.

E’ ora di ripiegare il telone rigato.

E’ ora che la carovana si rimetta in marcia verso una nuova città, con un po’ di tristezza a gonfiare il petto.

Sulle punte

settembre 4, 2007

Il rientro.

Tali e tanti gli imprevisti che quasi non riesco più a improvvisare.

Sono tornata dalla Nuova Zelanda pochi giorni fa. Nessuna vacanza: chiamata alle armi per un’emergenza da venticinque ore di volo e cinque scali.

Sono tornata dalla Nuova Zelanda con gli occhi saturi di immagini, di colori, di sorrisi, di oceano, di sabbia nera, di sale, di blu cobalto e indaco e notte, di vento.

Sono tornata di nuovo immobile, ma grata.

Sono tornata con un minuscolo tutù rosa, perché prima  di partire ho fatto in tempo a conoscerti.

Benvenuta, petite fée Caroline.

Seno istantaneo

giugno 22, 2007

Ieri sera, alla stazione, vagavo alla ricerca di una macchinetta per le fototessera.
Detesto questo rito: guardare in direzione di un punto indefinito, cercare di accennare un sorriso rivolto a un marchingegno nascosto dietro un inquietante vetro scuro, ricevere istruzioni da una voce cordiale che mi parla il parentese, prelevare delle immagini che dimezzano la forza di un’autostima che già vacilla di suo. Ogni volta che mi sottopongo a questa tortura passo il tempo a immaginare che, dall’altra parte di quel vetro, nello scatolone metallico, ci sia un nanetto beffardo che ride della mia postura rigida e delle mie espressioni ebeti.
Ieri, dopo avere ripetuto per ben due volte l’intera trafila e dopo avere finalmente ottenuto un risultato meno simile al ritratto di Olivia di Braccio di Ferro, sono finalmente uscita da quella trappola di metallo per ritirare le fototessera.
Con sorpresa, le foto erano già pronte.
Ci ho messo pochi istanti per capire che non erano le mie. Impresse sulla carta, c’erano otto piccole immagini di nudità femminile, immortalata dalle labbra alla vita. In primo piano, due magnifici, arroganti, tesi seni artificiali, incorniciati da un filo di perle bianche e celebrati da due mani a coppa.
Mentre osservavo le immagini, le foto che aspettavo sono state sputate fuori e, come una ghigliottina, hanno tagliato la testa ai miei pensieri già senza capo né coda.
Mi sono guardata intorno: nel marasma umano delle 18.30 in una stazione centrale, nessuna traccia di  donne formose e dai capelli scuri, con il collo impreziosito da lunghi fili di perle; nessuna giovane in trepidante attesa, nessuna espressione imbarazzata, nemmeno l’ombra di un corpo procace e labbra a cuore enfatizzate da un’espressione seducente.
Dopo essermi allontanata per qualche minuto, sono ritornata nei pressi della macchinetta e mi sono di nuovo guardata intorno. Ho infilato la mano nella bocchetta, ho sfilato entrambe le stampe, mi sono allontanata di nuovo. Per qualche minuto ho osservato ancora la fauna che circolava nei paraggi. Nessun interesse per la macchinetta, per le foto, o per me.

Ho tenuto quegli scatti. Appropriazione indebita di feticcio abbandonato, lo so.
Durante il viaggio di ritorno, ho guardato in continuazione quelle otto immaginette.
Mi sono chiesta chi fosse quella donna esuberante, fiammante nella sua nuova armatura rosa, e perché avesse deciso di celebrare quel frammento di nuova, audace femminilità, per poi abbandonarla a una destinazione sconosciuta.
Come mi accade quasi sempre in situazioni che mi sorprendono, non riesco a impedire che i miei pensieri evadano in direzioni improbabili, immaginando scenari scenari fantasiosi e un poco surreali.

La ragazza si chiama Luna, ha venticinque anni e un seno nuovo. Ha sempre adorato le sue labbra, ma trovava che non fossero altro che un misero dettaglio erotico in un contesto non troppo seducente.
Arriva alla stazione in anticipo, per dare gli ultimi ritocchi al trucco e inumidire il collo con due gocce di profumo alla vaniglia. Mentre aspetta che il tempo passi, vede la macchinetta e decide di immortalare ciò che lui avrebbe, da lì a poco, sfiorato, ammirato, assaggiato.
Luna, eccitata al pensiero di lasciare quel souvenir sul suo cuscino, dopo l’amore, e gongolante all’idea di fissare un ricordo a colori, entra nella macchinetta, sistema la tendina, si spoglia dalla vita in su, controlla l’inquadratura e immagina che, dall’altra parte del vetro scuro, ci sia lui, che la osserva con espressione smaniosa e adorante.
Luna è interrotta, nelle sue fantasie, da un suono sordo e vibrante. Guarda la sua borsa: è il suo telefonino, eccitato anche lui perché ha ricevuto un messaggino.
Lui non verrà. Lui non può, e forse non deve, o forse non vuole.
Lui è dispiaciuto, lui si rifarà sentire.
Luna esce, getta lo sguardo su quelle otto parti di lei che ora non servono più. E le abbandona a destinazione ignota.

Non amo l’artificiale.
Ma se l’avessi incontrata, le avrei dato le foto. Poi le avrei sorriso, e le avrei detto "Non preoccuparti, il tuo seno nuovo è bellissimo".