Corsie

maggio 29, 2007

Quelle dell’ospedale, stavolta, che spesso coincidono con quelle in cui la vita ti incanala. Ed eccomi infilata in un montacarichi, che mi serve fredda su un vassoio freddo come sa esserlo solo l’acciaio di una sala operatoria. Mi guardo intorno, un po’ intontita, e cerco di capire che cosa si dicano tutti quegli omini che si muovono in modo automatico intorno a me. Il telo verde che mi ricopre è ruvido, rigido, e io penso solo a come coprire al meglio il mio corpo.

Sono nelle loro mani, e questo pensiero mi rende irrequieta.

E poi è buio. Buio pesto. Nessun sogno, nessuna visione da raccontare al risveglio, solo buio per un tempo indefinito. Quando la luce si riaccende, mi ritrovo bagnata di lacrime, il telo stretto fra i denti per trattenere il dolore acuto che sento arrivare dal basso. Mia madre improvvisamente è lì accanto, e il suo viso riflette perfettamente quel mio dolore, con le sue tinte verdi e grigie e pallide.

Per qualche ora, solo stordimento, lacrime e voglia di un rifugio lontano, dove tutto questo assuma i connotati sfumati di qualcosa che hai sentito raccontare, o di un ricordo seppellito così in fondo da perderne la memoria.

Finalmente mi addormento, e ringrazio per questa piccola parentesi di quiete e di oblio.

Al risveglio, altri omini verdi vengono a medicarmi, ed eccola lì: come un’Isola che non c’è, tracciata da linee sottili e frammentate e piccole "x" scure che segnalano le case dei bambini sperduti, e ancora piccoli lembi di filo, le liane verdi che Peter Pan usa per spostarsi a una casupola all’altra, quando è troppo pigro per volare e ha voglia di sentire brividi sottili corrergli lungo la schiena.

Una cartina geografica rubata ai fantastici sogni dell’infanzia, che segna proprio quel punto in cui nasce la vita nuova. Per un attimo tengo duro, poi ancora lacrime. Mi sento vinta, vinta dopo una battaglia che non ho neanche potuto combattere. Dopo le lacrime una pace posticcia, che ha il sapore della spossatezza.

Quattro giorni lunghi di notti insonni, poi a casa. Arrivano notizie che parlano di "cellule atipiche". Ironia della sorte: ho amato, spesso e quasi sempre, ciò che di atipico possa esserci nella vita, e ora quell’aggettivo mi mette all’angolo, brutalmente, costringendomi a smascherare la vita e a guardare dritto in faccia il suo lato più cupo. Mentre scrivo penso a venerdì, perché venerdì inizieranno ad analizzarmi per benino, per cercare di trovare una traduzione più precisa per l’aggettivo "atipico".

Non so come mi sento, non so se mi sento. Per adesso mi limito a domandarmi se ci sia un messaggio da capire, dietro a tutto questo, e -nel caso ci sia davvero- quale sia il suo contenuto e a quale prezzo io lo debba scoprire.

Annunci