Seno istantaneo

giugno 22, 2007

Ieri sera, alla stazione, vagavo alla ricerca di una macchinetta per le fototessera.
Detesto questo rito: guardare in direzione di un punto indefinito, cercare di accennare un sorriso rivolto a un marchingegno nascosto dietro un inquietante vetro scuro, ricevere istruzioni da una voce cordiale che mi parla il parentese, prelevare delle immagini che dimezzano la forza di un’autostima che già vacilla di suo. Ogni volta che mi sottopongo a questa tortura passo il tempo a immaginare che, dall’altra parte di quel vetro, nello scatolone metallico, ci sia un nanetto beffardo che ride della mia postura rigida e delle mie espressioni ebeti.
Ieri, dopo avere ripetuto per ben due volte l’intera trafila e dopo avere finalmente ottenuto un risultato meno simile al ritratto di Olivia di Braccio di Ferro, sono finalmente uscita da quella trappola di metallo per ritirare le fototessera.
Con sorpresa, le foto erano già pronte.
Ci ho messo pochi istanti per capire che non erano le mie. Impresse sulla carta, c’erano otto piccole immagini di nudità femminile, immortalata dalle labbra alla vita. In primo piano, due magnifici, arroganti, tesi seni artificiali, incorniciati da un filo di perle bianche e celebrati da due mani a coppa.
Mentre osservavo le immagini, le foto che aspettavo sono state sputate fuori e, come una ghigliottina, hanno tagliato la testa ai miei pensieri già senza capo né coda.
Mi sono guardata intorno: nel marasma umano delle 18.30 in una stazione centrale, nessuna traccia di  donne formose e dai capelli scuri, con il collo impreziosito da lunghi fili di perle; nessuna giovane in trepidante attesa, nessuna espressione imbarazzata, nemmeno l’ombra di un corpo procace e labbra a cuore enfatizzate da un’espressione seducente.
Dopo essermi allontanata per qualche minuto, sono ritornata nei pressi della macchinetta e mi sono di nuovo guardata intorno. Ho infilato la mano nella bocchetta, ho sfilato entrambe le stampe, mi sono allontanata di nuovo. Per qualche minuto ho osservato ancora la fauna che circolava nei paraggi. Nessun interesse per la macchinetta, per le foto, o per me.

Ho tenuto quegli scatti. Appropriazione indebita di feticcio abbandonato, lo so.
Durante il viaggio di ritorno, ho guardato in continuazione quelle otto immaginette.
Mi sono chiesta chi fosse quella donna esuberante, fiammante nella sua nuova armatura rosa, e perché avesse deciso di celebrare quel frammento di nuova, audace femminilità, per poi abbandonarla a una destinazione sconosciuta.
Come mi accade quasi sempre in situazioni che mi sorprendono, non riesco a impedire che i miei pensieri evadano in direzioni improbabili, immaginando scenari scenari fantasiosi e un poco surreali.

La ragazza si chiama Luna, ha venticinque anni e un seno nuovo. Ha sempre adorato le sue labbra, ma trovava che non fossero altro che un misero dettaglio erotico in un contesto non troppo seducente.
Arriva alla stazione in anticipo, per dare gli ultimi ritocchi al trucco e inumidire il collo con due gocce di profumo alla vaniglia. Mentre aspetta che il tempo passi, vede la macchinetta e decide di immortalare ciò che lui avrebbe, da lì a poco, sfiorato, ammirato, assaggiato.
Luna, eccitata al pensiero di lasciare quel souvenir sul suo cuscino, dopo l’amore, e gongolante all’idea di fissare un ricordo a colori, entra nella macchinetta, sistema la tendina, si spoglia dalla vita in su, controlla l’inquadratura e immagina che, dall’altra parte del vetro scuro, ci sia lui, che la osserva con espressione smaniosa e adorante.
Luna è interrotta, nelle sue fantasie, da un suono sordo e vibrante. Guarda la sua borsa: è il suo telefonino, eccitato anche lui perché ha ricevuto un messaggino.
Lui non verrà. Lui non può, e forse non deve, o forse non vuole.
Lui è dispiaciuto, lui si rifarà sentire.
Luna esce, getta lo sguardo su quelle otto parti di lei che ora non servono più. E le abbandona a destinazione ignota.

Non amo l’artificiale.
Ma se l’avessi incontrata, le avrei dato le foto. Poi le avrei sorriso, e le avrei detto "Non preoccuparti, il tuo seno nuovo è bellissimo".

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"Gli errori veri son più forti poi

quando fan finta di esser morti lo sai".

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giugno 18, 2007

200490914001
Vigliacco.
Inconsistente.
Un pagliaccio che non fa ridere.
Un attore che recita le battute di un altro.
Un predatore cieco che muore di fame.

Non le scrivo, queste cose. Le urlo nero su bianco.

Un segno dei tempi

giugno 13, 2007

Ieri sera, sei amiche che non amano particolarmente i tempi che corrono ma neppure quelli che stanno fermi, celebravano un addio al coniugato. Nuova espressione, e non infelice, coniata espressamente per enfatizzare un matrimonio finalmente, sostanzialmente e formalmente finito.
Lei, la migliore amica che possa esistere, la ragione stessa della mia fede immensa in questo sentimento che relaziona persone, l’artefice unica dell’unico sentiero sicuro e protetto che attraversa la mia vita, ha  messo un punto alla fine di un sonetto tragico, scritto con la metrica del dolore, della malafede e dell’umiliazione, dall’uomo che le ha lasciato sul dorso cicatrici di frusta.

A sanare definitivamente quelle ferite, oggi, c’è una firma.
A sanare quelle ferite, oggi, c’è un uomo con la schiena dritta e lo sguardo alto, rivolto costantemente verso di lei.
A sanare quelle ferite, oggi, c’è il seme della vita nuova, che in luglio cederà alla voglia di venire al mondo e conoscerà una madre che ha guardato oltre e oltre è saputa andare, con passi lunghi e ben distesi.

E, a levigare quelle cicatrici, c’eravamo noi cinque.

Carolina, quando sarai in grado di capire, ti racconterò la storia della tua mamma, perché tu la possa ammirare liberamente, e perché tu possa sentirti legittimamente fiera. E ti racconterò anche perché, ieri sera, sei amiche sorridenti salutavano il passato con un calcio, ben dato, nel didietro, e gli occhi rivolti al tuo orizzonte.

Scroscio e scorro

giugno 7, 2007

Penywise_100_1427

Come la pioggia di queste giornate infinite, batto insistente sui tetti di questa Torino grigia.
Come l’acqua che scorre, mi precipito giù per le strade scivolose, avventurandomi di tanto in tanto dentro grondaie Polifemo.
Come l’acqua, cerco di non fermarmi in nessun posto, per non evaporare. E se per caso sbaglio strada e mi avvallo in una pozza, spero nei passi incauti e goffi di un sognatore o nel passaggio prepotente di qualche auto incurante, che mi faccia ricascare sulla strada, che mi faccia riprendere il cammino con nuovo impeto.