ritmo_001.jpg Franco Battiato mi piace, da sempre. Eppure era da tantissimo tempo che non ascoltavo i suoi pezzi più vecchi. Bizzarro, perché sono alcune tra le canzoni che amo di più.

Ed ecco che, chattando con un amico, vedo che ascolta “Centro di gravità permanente”. In un istante, un’onda dal passato scuote la mia pancia, sommerge il presente e riporta a galla ricordi smarriti.

Una bimba di quattro anni o giù di lì infila la testa tra i sedili anteriori di una Ritmo rossa che scivola morbida sull’asfalto bollente di un agosto torrido dei primi anni ottanta. L’aria è gonfia di calore, ed entra sibilando dai finestrini aperti e scompiglia qualche ricciolo. L’orizzonte, letto attraverso il parabrezza puntellato di moscerini suicidi, è tremulo, e promette giorni di piedi scalzi, sabbia bianca e spruzzi salati.

La bimba ha le guance schiacciate in mezzo a quei sedili, perché è stregata dalle note gracchianti che escono da quel magico apparecchio nero. Vuole sentire meglio, e vuole cantare anche lei. Chiede, insistente, “ancora e ancora”, e aspetta trepidante il sibilo del nastro che si riavvolge infinite volte. Si gira, e guarda trionfante e soddisfatta un papà che guida fischiettando, e una manna che sorride, spossata ma felice.

Quella bimba, oggi, in questo momento, sta sorridendo, grata.

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