"Gli errori veri son più forti poi

quando fan finta di esser morti lo sai".

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giugno 18, 2007

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Vigliacco.
Inconsistente.
Un pagliaccio che non fa ridere.
Un attore che recita le battute di un altro.
Un predatore cieco che muore di fame.

Non le scrivo, queste cose. Le urlo nero su bianco.

Un segno dei tempi

giugno 13, 2007

Ieri sera, sei amiche che non amano particolarmente i tempi che corrono ma neppure quelli che stanno fermi, celebravano un addio al coniugato. Nuova espressione, e non infelice, coniata espressamente per enfatizzare un matrimonio finalmente, sostanzialmente e formalmente finito.
Lei, la migliore amica che possa esistere, la ragione stessa della mia fede immensa in questo sentimento che relaziona persone, l’artefice unica dell’unico sentiero sicuro e protetto che attraversa la mia vita, ha  messo un punto alla fine di un sonetto tragico, scritto con la metrica del dolore, della malafede e dell’umiliazione, dall’uomo che le ha lasciato sul dorso cicatrici di frusta.

A sanare definitivamente quelle ferite, oggi, c’è una firma.
A sanare quelle ferite, oggi, c’è un uomo con la schiena dritta e lo sguardo alto, rivolto costantemente verso di lei.
A sanare quelle ferite, oggi, c’è il seme della vita nuova, che in luglio cederà alla voglia di venire al mondo e conoscerà una madre che ha guardato oltre e oltre è saputa andare, con passi lunghi e ben distesi.

E, a levigare quelle cicatrici, c’eravamo noi cinque.

Carolina, quando sarai in grado di capire, ti racconterò la storia della tua mamma, perché tu la possa ammirare liberamente, e perché tu possa sentirti legittimamente fiera. E ti racconterò anche perché, ieri sera, sei amiche sorridenti salutavano il passato con un calcio, ben dato, nel didietro, e gli occhi rivolti al tuo orizzonte.

Scroscio e scorro

giugno 7, 2007

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Come la pioggia di queste giornate infinite, batto insistente sui tetti di questa Torino grigia.
Come l’acqua che scorre, mi precipito giù per le strade scivolose, avventurandomi di tanto in tanto dentro grondaie Polifemo.
Come l’acqua, cerco di non fermarmi in nessun posto, per non evaporare. E se per caso sbaglio strada e mi avvallo in una pozza, spero nei passi incauti e goffi di un sognatore o nel passaggio prepotente di qualche auto incurante, che mi faccia ricascare sulla strada, che mi faccia riprendere il cammino con nuovo impeto.

Corsie

maggio 29, 2007

Quelle dell’ospedale, stavolta, che spesso coincidono con quelle in cui la vita ti incanala. Ed eccomi infilata in un montacarichi, che mi serve fredda su un vassoio freddo come sa esserlo solo l’acciaio di una sala operatoria. Mi guardo intorno, un po’ intontita, e cerco di capire che cosa si dicano tutti quegli omini che si muovono in modo automatico intorno a me. Il telo verde che mi ricopre è ruvido, rigido, e io penso solo a come coprire al meglio il mio corpo.

Sono nelle loro mani, e questo pensiero mi rende irrequieta.

E poi è buio. Buio pesto. Nessun sogno, nessuna visione da raccontare al risveglio, solo buio per un tempo indefinito. Quando la luce si riaccende, mi ritrovo bagnata di lacrime, il telo stretto fra i denti per trattenere il dolore acuto che sento arrivare dal basso. Mia madre improvvisamente è lì accanto, e il suo viso riflette perfettamente quel mio dolore, con le sue tinte verdi e grigie e pallide.

Per qualche ora, solo stordimento, lacrime e voglia di un rifugio lontano, dove tutto questo assuma i connotati sfumati di qualcosa che hai sentito raccontare, o di un ricordo seppellito così in fondo da perderne la memoria.

Finalmente mi addormento, e ringrazio per questa piccola parentesi di quiete e di oblio.

Al risveglio, altri omini verdi vengono a medicarmi, ed eccola lì: come un’Isola che non c’è, tracciata da linee sottili e frammentate e piccole "x" scure che segnalano le case dei bambini sperduti, e ancora piccoli lembi di filo, le liane verdi che Peter Pan usa per spostarsi a una casupola all’altra, quando è troppo pigro per volare e ha voglia di sentire brividi sottili corrergli lungo la schiena.

Una cartina geografica rubata ai fantastici sogni dell’infanzia, che segna proprio quel punto in cui nasce la vita nuova. Per un attimo tengo duro, poi ancora lacrime. Mi sento vinta, vinta dopo una battaglia che non ho neanche potuto combattere. Dopo le lacrime una pace posticcia, che ha il sapore della spossatezza.

Quattro giorni lunghi di notti insonni, poi a casa. Arrivano notizie che parlano di "cellule atipiche". Ironia della sorte: ho amato, spesso e quasi sempre, ciò che di atipico possa esserci nella vita, e ora quell’aggettivo mi mette all’angolo, brutalmente, costringendomi a smascherare la vita e a guardare dritto in faccia il suo lato più cupo. Mentre scrivo penso a venerdì, perché venerdì inizieranno ad analizzarmi per benino, per cercare di trovare una traduzione più precisa per l’aggettivo "atipico".

Non so come mi sento, non so se mi sento. Per adesso mi limito a domandarmi se ci sia un messaggio da capire, dietro a tutto questo, e -nel caso ci sia davvero- quale sia il suo contenuto e a quale prezzo io lo debba scoprire.

Un pezzo di strada

aprile 26, 2007

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Ce l’ho fatta: ti ho detto che mi manchi.
E non solo. Ti ho confessato di rimpiangere un passato irrecuperabile.

E’ una goccia d’acqua nel mare, lo so, ma quando manca l’acqua e c’è rischio di siccità, anche una lacrima può essere preziosa.

Ho fatto un passo. In un momento di paralisi, è un piccolo miracolo.
Manca la direzione, ma – forse – non bisogna chiedere troppo.

Il limite

aprile 23, 2007

Limite
Ed eccomi qui, davanti allo schermo, a interrogarmi su quale sia il confine. Lavorare, oggi, è una cosa che lascio agli altri. Non per cattiva volontà, ma perché non mi è proprio possibile fare altrimenti.
I debiti si pagano, e spendo queste ore a prepararmi a pagare i miei.
Cerco di riavvolgere il nastro della memoria, ed è presto fatto, perché l’ultimo debito che mi sono fatta con te risale a sabato notte: una notte da 5 bottiglie di bianco in 5…roba d’altri tempi, di altre età, di altri stati d’animo.
Non dimentico il tuo viso deformato di fronte al mio show da ninfetta acrobatica, l’incredulità tracciata nei solchi di rughe apparse all’improvviso, il sospetto e la paura compressi tra le ciglia di occhi socchiusi, che mi scrutavano.
Signore e signori della giuria: sono colpevole di oltraggio alla morale, di offesa al pubblico pudore. Sconterò la mia pena rinchiusa in un vecchio cuore avvizzito, disidratato, stanco e dissenziente. Nei secoli dei secoli (ma niente amen).
Stasera, forse, mi riproporrai quel viso, ma mi rifiuterai quella spalla su cui tante volte ho pianto per espiare le mie colpe.
Ma è già tanto che tu sia lì, ad accettare di razionare la tua dose d’aria, a dividerla con me.
Che cosa ti dirò?
Forse che ti ho portato al limite senza lasciarti in mano un biglietto per il ritorno e in tasca l’indirizzo di casa nel caso in cui tu ti perdessi. E, forse, aggiungerò che io, io sola, mi sono votata all’infelicità frustrante del dannato limbo in cui mi sono cacciata. O, forse, ti dirò che le parole che hai sentito pronunciare da una folle ubriaca, sabato notte, erano un grido di verità che  filtrava da un cumulo di macerie, come un piccolo raggio si sole fa capolino dai detriti lasciati da un crollo epocale.
Tu dovrai solo stare lì, fermo, qualche minuto. Probabilmente non ti guarderò, ma so che  percepirò il ritmo del tuo respiro, e capirò.
Spero che tu, un giorno, possa perdonarmi.
Per l’amarmi di nuovo e nonostante tutto, c’è un’altra vita.

Affrontare

marzo 26, 2007

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Affrontare chi? Il nemico, un nemico, me, gli altri, lui?
Affrontare che cosa? Il silenzio, le parole, la pioggia, il grigiore del cielo e del pensiero, un raggio di sole molesto, il conscio e l’inconscio, la salita?
Sentirsi dire "sei bellissima", dirottare lo sguardo altrove, nella stanza, cercando un punto, un punto qualsiasi che dia un appiglio agli occhi e una via di fuga al cuore, e scoprire che quel punto non c’è perché ha deciso anche lui di cercare scampo altrove.
Non affronto, annaspo.
Galleggerei, ma il peso non lo permette.

Ora è Passato

marzo 12, 2007

TraslocoIeri, anche l’ultimo scatolone è stato chiuso. Ora potrà depositarcisi su polvere nuova, in attesa di prossima destinazione. Anarchia di oggetti, assemblaggio non ragionato che riflette un disordine interiore che dura da un pò. Ieri ti guardavo e mi chiedevo se stessi riuscendo, almeno tu, a tracciare una bozza di gerarchia di pensieri, nel nostro mare di forse, magari, è stato, sarà, porte chiuse e socchiuse.
Tu, forse, ci sei più vicino.
E invece io sono lì, riesco a vedermi, riesco a uscire dal mio involucro di pelle. Eccomi, laggiù: decisionista, responsabile e colpevole ma con il corpo incastrato in mezzo alla porta socchiusa. Delle due, io scelgo, inconsapevole, la condizione più scomoda: non riesco a respirare, incastrata così come sono, con il peso della porta da chiudere premuto sul petto, e lo stipite che taglia la schiena, che la divide in due metà simmetriche ma nient’affatto complementari.
Tu, forse, hai varcato il confine, sei entrato in un’altra stanza, hai chiuso quella porta alle tue spalle ed esplori un luogo nuovo.
Rispondi almeno a questa domanda: è buio o luminoso?

"[…] L’uomo che stava nell’ombra degli alberi della gomma, tenendo in braccio sua figlia, con monete di sole che gli danzavano sul corpo, alzò gli occhi e colse lo sguardo di Ammu.
Secoli compressi in un solo attimo evanescente.
La storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente.
I suoi segni, le sue cicatrici, le ferite risalenti ad antiche guerre e i giorni del camminare all’indietro, tutto si staccò e cadde.
Al suo posto rimase un’aura, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo.
Facile da avvertire come il calore in una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce alla lenza tesa. Così ovvio che nessuno lo notò.
In quel breve istante, Velutha alzò gli occi e vide cose che prima non aveva visto.
Cose che fino a quel momento erano state fuori portata, occultate dai paraocchi della storia.
Cose semplici.
Per esempio, vide che la madre di Rahel era una donna.
Vide che quando sorrideva aveva profonde fossette, che indugiavano a lungo anche dopo che il sorriso aveva abbandonato i suoi occhi.
Vide che le sue braccia brune erano rotonde, solide, perfette. Che le sue spalle risplendevano, ma che i suoi occhi erano da qualche altra parte. Vide che, nel porgerle dei regali, non ci sarebbe stato più bisogno di tenerli sul palmo aperto in modo che lei non lo toccasse. Le barche e le scatole, i piccoli mulini a vento. Vide che lui non era necessariamente l’unico ad avere delle cose da regalare. Che anche lei aveva dei regali da fargli.
Questa consapevolezza gli scivolò dentro con facilità, come la lama affilata di un coltello. Fredda e calda insieme. Ci volle solo un istante. […].